Poetica

Da un mio scritto del 1987, La poesia nell’arte e nella scienza, ho estratto questo periodo:

Un rivelatore di segnali elettrici, il cosiddetto detector a baffo di gatto, fu la scintilla che da ragazzo stimolò la mia immaginazione e la mia curiosità. Credetti a prima vista di trovarmi di fronte a un oggetto-scultura, tanto belle erano le forme e la qualità estetica degli elementi di cui era fatto, ma pari attrazione provai quando venni a conoscenza del suo funzionamento“.

Da quel momento è scattata in me la curiosità, l’esigenza di scoprire, di capire, intuendo la grande ricchezza che si annidava in ciò che sta al di sopra e al di sotto della nostra capacità di osservazione diretta.

Ho eletto quindi l’immaginazione a strumento primario da affiancare alla conoscenza e fin da allora ho avvertito la marcata necessità che la bellezza dovesse costituire lo stimolo primario e l’elemento caratterizzante il risultato di ogni ricerca.

 

Interpretazione del Vettore di Poynting e gaussiana.
Struttura plastica installata nell’area della Micropoli (2006)

Ma è stata la semplicità di cui era fatto quel rivelatore a farmi intuire la bellezza del processo che si sviluppava al suo interno, una semplicità estetica, evidentemente non epistemica, che ha sollecitato le corde sensibili del mio ideale strumento e che ha spalancato, da quel giorno, la prima porta di accesso alla scoperta.

Questa l’idea, la scintilla che ha mosso e alimentato la mia poetica di vita, dove curiosità e atteggiamento ludico hanno convissuto e dialogato per indicare, di volta in volta, l’accidentato sentiero su cui camminare.

Dalla curiosità è nato e si è sviluppato l’amore per la scienza, dal gioco, attività primaria dell’uomo definita da Huizinga di “vivissimo fattore creativo“, l’amore per l’arte.

E da allora mi sono preoccupato di tenere unite la dimensione logica e quella mitologica, l’esprit de géométrie e l’esprit de finesse, l’arte e la scienza, perché non c’è ragione di escludere una novella per il teorema di Pitagora ma nemmeno viceversa. Un’”alleanza” tra le “due culture”, per dirlo con Ilya Prigogine, l’umanistica e la scientifica, tra linguaggio poetico e linguaggio scientifico, tra equazione e poesia; di una scienza che, accanto alla razionalità rivendicasse il ruolo del bello e fosse consapevole del senso della fallibilità, del mistero e abbandonasse qualunque fondamento determinista, evidenziando il valore della singolarità, irripetibilità e imprevedibilità, tipiche dell’opera d’arte.

Una bellezza nella scienza come quella, ad esempio, espressa dalla sezione aurea, intesa come armonia e proporzione di forme e definita dallo strumento scientifico della matematica o come quella, legata alla scoperta di Pitagora che corde vibranti, egualmente tese, suonano armoniosamente se le loro lunghezze sono in rapporti numerici semplici; o ancora come quella espressa dalla famosa formula di Eulero: e+1=0 che lega cinque entità fondamentali della matematica: il numero 1 (elemento neutro per la moltiplicazione) e il numero 0 (elemento neutro per la somma); due entità reali: la costante di Nepero (e=2,7182818…), base dei logaritmi naturali e il valore di pi greco (π=3,14159265…); l’unità immaginaria i (radice quadrata di -1), oltre alle tre operazioni più importanti della matematica (la somma, il prodotto e l’elevazione a potenza).

Analoga bellezza che in natura può costituire l’innesco di un meccanismo di selezione naturale, come quello che il fiore usa per attirare a sé l’insetto che impollina o la bellezza della coloratissima coda del pavone, con la quale vengono attirate le femmine all’accoppiamento.

Anche se, come pensava David Hume: “La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla”. Arte e scienza quindi, due epistemologie, due modi distinti con i quali ho usato la mente per costruire il paradossale corpo della mia utopia, nel tentativo di realizzare l’unione tra ordine e caos, alla cui combinazione armonica si è ispirato il mio personale senso della bellezza.

Firenze, 7 febbraio 2009

Poetica

Da un mio scritto del 1987, La poesia nell’arte e nella scienza, ho estratto questo periodo:

Un rivelatore di segnali elettrici, il cosiddetto detector a baffo di gatto, fu la scintilla che da ragazzo stimolò la mia immaginazione e la mia curiosità. Credetti a prima vista di trovarmi di fronte a un oggetto-scultura, tanto belle erano le forme e la qualità estetica degli elementi di cui era fatto, ma pari attrazione provai quando venni a conoscenza del suo funzionamento“.

Da quel momento è scattata in me la curiosità, l’esigenza di scoprire, di capire, intuendo la grande ricchezza che si annidava in ciò che sta al di sopra e al di sotto della nostra capacità di osservazione diretta.

Ho eletto quindi l’immaginazione a strumento primario da affiancare alla conoscenza e fin da allora ho avvertito la marcata necessità che la bellezza dovesse costituire lo stimolo primario e l’elemento caratterizzante il risultato di ogni ricerca.

 

Interpretazione del Vettore di Poynting e gaussiana.
Struttura plastica installata nell’area della Micropoli (2006)

Ma è stata la semplicità di cui era fatto quel rivelatore a farmi intuire la bellezza del processo che si sviluppava al suo interno, una semplicità estetica, evidentemente non epistemica, che ha sollecitato le corde sensibili del mio ideale strumento e che ha spalancato, da quel giorno, la prima porta di accesso alla scoperta.

Questa l’idea, la scintilla che ha mosso e alimentato la mia poetica di vita, dove curiosità e atteggiamento ludico hanno convissuto e dialogato per indicare, di volta in volta, l’accidentato sentiero su cui camminare.

Dalla curiosità è nato e si è sviluppato l’amore per la scienza, dal gioco, attività primaria dell’uomo definita da Huizinga di “vivissimo fattore creativo“, l’amore per l’arte.

E da allora mi sono preoccupato di tenere unite la dimensione logica e quella mitologica, l’esprit de géométrie e l’esprit de finesse, l’arte e la scienza, perché non c’è ragione di escludere una novella per il teorema di Pitagora ma nemmeno viceversa. Un’”alleanza” tra le “due culture”, per dirlo con Ilya Prigogine, l’umanistica e la scientifica, tra linguaggio poetico e linguaggio scientifico, tra equazione e poesia; di una scienza che, accanto alla razionalità rivendicasse il ruolo del bello e fosse consapevole del senso della fallibilità, del mistero e abbandonasse qualunque fondamento determinista, evidenziando il valore della singolarità, irripetibilità e imprevedibilità, tipiche dell’opera d’arte.

Una bellezza nella scienza come quella, ad esempio, espressa dalla sezione aurea, intesa come armonia e proporzione di forme e definita dallo strumento scientifico della matematica o come quella, legata alla scoperta di Pitagora che corde vibranti, egualmente tese, suonano armoniosamente se le loro lunghezze sono in rapporti numerici semplici; o ancora come quella espressa dalla famosa formula di Eulero: e+1=0 che lega cinque entità fondamentali della matematica: il numero 1 (elemento neutro per la moltiplicazione) e il numero 0 (elemento neutro per la somma); due entità reali: la costante di Nepero (e=2,7182818…), base dei logaritmi naturali e il valore di pi greco (π=3,14159265…); l’unità immaginaria i (radice quadrata di -1), oltre alle tre operazioni più importanti della matematica (la somma, il prodotto e l’elevazione a potenza).

Analoga bellezza che in natura può costituire l’innesco di un meccanismo di selezione naturale, come quello che il fiore usa per attirare a sé l’insetto che impollina o la bellezza della coloratissima coda del pavone, con la quale vengono attirate le femmine all’accoppiamento.

Anche se, come pensava David Hume: “La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla”. Arte e scienza quindi, due epistemologie, due modi distinti con i quali ho usato la mente per costruire il paradossale corpo della mia utopia, nel tentativo di realizzare l’unione tra ordine e caos, alla cui combinazione armonica si è ispirato il mio personale senso della bellezza.

Firenze, 7 febbraio 2009